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“ La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce. " (Philip Dick)

26 dic 2015

"Le quattro volte" un film dall'acustica postumana

"Le quattro volte è un film in cui l'assenza di un chiaro e definito logòs umano permette l'apertura ad un modo differente di concepire, anche sensorialmente, la portata ilozoistica del suono, arrivando ad incrinare pericolosamente le rigide convenzioni acustiche su cui il cinema tradizionalmente, si è sempre basato..." ( tratto da Il cinema e il suono del silenzio di Elena Past, Animal studies- Novalogos)



LE QUATTRO VOLTE di Michelangelo Frammartino 







26 set 2015

Pittura antropoDecentrata


MASSIMO DEGANUTTI 
Pittura Antropo-Decentrata #25
2015, Tecnica mista su tavola, 50x70 cm.

Live painting, Action painting, Dripping, Post-human, Drawing, and No-project all togheter...

in Solo Show from 18/9/2015  to 4/10/2015  Remanzacco-Udine (Italy), more informations:








19 gen 2015

Human Culture

Video & Editing di Massimo Deganutti
Musica di Clouds And Shining of Living

https://vimeo.com/117175040


Un video omaggio alla Zooantropologia.

Guarda su: https://vimeo.com/117175040

5 dic 2014

Il sale della terra: la bellezza che stupra la vita. E la morte.


di Francesco Calviello

I.
Nelle ampie navate cinematografiche ci si concede di tutto. Inginocchiati, ci si porge all'icona dell'homo e la si rimodella, la si escogita tramite sentimenti mai visti e mai uditi. La si monta ed esagera. Il ripianificare assottiglia il tedio del pubblico assistente delle manovre chirurgiche; la cucitura in restyling avviene con ricami sempre più evoluti e raffinati di distacco e spietatezza. La bellezza spettacolare è in grado di mascherare qualsiasi delitto compiuto nella diretta. Un effetto speciale sull'altare dello schermo distoglie dal vicino che sta morendo di un infarto. 
Peter Singer parlava di “cecità etica condizionata”. Ma lui la sottolineava in chi persegue carriere, parlando dei torturatori speranzosi del tempo indeterminato. Noi, in chi applaude l'atrocità. O in chi, che è lo stesso, la gusta alle porte del suo palato, nel sorriso di soddisfazione per un biglietto da soldi ben spesi. 
Mai, più che in questa proiezione - sto parlando del film “Il sale della terra” -, mi è parso come il bene ed il male non abbiano propriamente un al di là di essi. Ma mai, nel contempo, quanto bene e male non giacciano lontani, ma posti in un essere complesso di interferenza e dissonanza. E purtroppo non può esserci empatia alcuna nel regime umanista, poichè, è ormai sempre più necessaria la ridondanza, solo in un rispetto totale della vita e degli esseri senzienti si determina il discernimento autentico, e fuor d'ogni recitella in sala mensa, dei due toni pseudoidentici. L'umanismo non può vedere, solo recitare ipotesi di lunga vista. E sa parlare bene di vista, mentre ingurgita in lacrime la propria madre. 
Abbiamo tra le mani un'osservazione inoppugnabile su cui riflettere. Attenzione: chi si pone nella folla, nella vasca trastullante e calda della civiltà sapiens sapiens (non più meramente occidentale, non più meramente orientale, ma “umanità vasta”), è cagionevole nell'ammaliarsi con lei nello spettacolare che incanta e stordisce ed, intanto, uccide sotto i baffi.
Se si vuole - ed in ciò siamo apertissimi e rispettevoli - se ne parlò nella civiltà che ci ha preceduto e che, anch'essa nei suoi limiti, voleva dell'homo un animale diverso e meno propenso alle autosuggestioni in fatto d'essere e consistenza. Lo espresse bene la mestica irrisolta di Cristo ed Anticristo: i due “agnelli” quasi gemellari, nella conquista della distinzione ad opera di un completo rivolgimento di cuore ed intelletto (il vecchio mondo diceva “metanoia”), del cambio radicale del proprio, abitudinario stare al mondo, e per la legge fisica - probabile - che nessuna emulsione è perfetta nello stato dei fatti. Le sbavature dei professionisti ne sono un esempio clamoroso.  
Ma intanto, chi si è seduto, ha dovuto patire un bocca a bocca tremendo con la morte. Ma ancor prima, e durante, e dopo, è accaduto un altro bacio, che ha fatto da giustificatore di quell'altro, e ovvero quello tra tutti i responsabili della nostra congrega scenica: un regista, un personaggio principale, un pubblico stupefatto. Affari di cameratismo pongono i gomiti sul verde filamento della terra.

Si crede che, quando il mescolatore in fatto d'arte produce i suoi intrugli, egli si disponga in primo piano, davanti al focolare, a provare e riprovare a cuocersi le meningi perchè tutto sia curato fin nell'ultimo pizzico di sale. Esse sono molto spesso appendici irrisolte, poichè si appezzano in un cranio inesperito e solo ipotizzato. Quasi nessuno assiste, di fatto, alle pareti interiori del proprio capo, nè, per giunta, al colore effettivo della propria materia grigia. Ed è perciò che gli angeli ribelli, travestiti da monaco, non sanno nascondere tutti i loro artigli.
Si può per giorni e giorni discutere su quello che si crede. In ultima analisi dobbiamo tener conto che le espressioni “uomo” e “mondo” sono disgiunte. Congiunzione ci sarebbe se l'uomo esistesse sul serio in rapporto al mondo reale. L'apparecchiatura che si intende di ciò è l'operare stesso della vita, in mille modi e stratagemmi. Come la vita sia giunta a concepire quella suggestione è a dir poco misterioso.Se anche si dovesse accettare a denti stretti una peculiarità, la faccenda umana, innanzitutto come storia dell'uomo, nascerebbe senz'altro da una noia del cosmo.

II.
Ma allora come proseguire nella nostra ricerca? Certamente parlando di ciò che è apparso in questo pessimo, eccezionale “capolavoro” cinematografico. Una forma certo più losca del solito. Tutto si riassume in un volto ambiguo, di uomo in su con l'età ma non certo vecchio. Con sguardo distaccato ma con percezione appiccicata su tutto. Questa è la forma più occulta del cinismo. Questo è l'uomo del nostro film.
Egli si produce, nell'attualità monologica, in una maschera pallida e sorridente, ipercinetica. Dovette, per partorirsi al meglio in ogni sua plasticità, nascondersi in gioventù matura in un baco sintetico di barba e capelli lunghi e biondi.
Ed allora un doppio in un essere femminile gli diede senso. Gli pose i propri occhi, come una santa lucia, su un vassoio di tecnologie. Ecco la passione per la “scrittura della luce”, che fu invece una “scrittura delle tenebre”. 
E fu in preda al delirio dello scatto, una trasmissione di un sè oscuro al “ti vedo prima io”. Io solo vedo, intende il fotografo (???). Perchè, molto probabilemente: << Se ti vedo per primo, non occorre che io mi mostri mai più >>.
Dunque il fotografo (???), ma chiamiamolo d'ora in poi oscurografo, non potrà mai essere un mostro. Ma di certo non gli è esclusa un'identità spaventevole, quando in preda alla caccia come tutti i cacciatori.
Dell'oscurografo è da condannare la pulsione per gli appostamenti. Chi si fa in un nascondiglio ha qualcosa da nascondere e, molto spesso, questo è l'invidia trascendente per il semplice ed il pacifico. 
La macchina fotografica ha ucciso nella misura in cui, al condizionale, chi la impugna lo avrebbe fatto sul serio, se quel materiale di morte non fosse apparso spontaneamente al suo obbiettivo. Ma tutto il mistero è intuibile e svelabile se si intuisce anche che l'oscurografo documentarista della morte non è altro che, necessariamente, il doppio della realtà mostruosa, l'azione storica, che ha attuato la strage. L'oscurografo ha come ombra la malattia che ha scavato ed inciso i corpi, ma soprattutto la realtà carmica che l'ha provocata assieme con l'apertura diretta dei fuochi. Ecco allora come un click possa farsi archetipo, nonchè sostituto e mandatario, dell'apertura di un fuoco, del rumore sordo di un grilletto.

Scena: l'attrazione dell'inferno.
Con l'attrazione per i pozzi di petrolio incendiati dal Saddam, l'amore per l'assenza di luce naturale sotto la coltre dei fumi, la perdita dell'udito allorchè non poteva perdere la vista... si accorse, l'oscurografo, di non aver mai avuto un udito, nel momento in cui doveva ascoltare un se stesso. Ma non vi venne fuori alcun suono.
Ritornando alla figura precedente alla metamorfosi con barba e capelli lunghi, quel popolo, tra i tanti in cui in euforia temeraria si calò, attendeva una figura simile al figlio dell'uomo... Ed infatti all'oscurografo venne in mente di farne le veci...
Gli scatti che rubarono alla morte la bellezza, la bellezza che stuprò la morte e la vita assieme con la morte, che mise in posa cadaveri o sfiniti dalla spossatezza di fame e malattia, gli scatti, ripeto, sono i dardi che gli indios ripeterono, intrisi di veleno, scagliati sulle scimmie sul set. Sul set massacrate assieme ad altri innocenti. Orrore!

Il pubblico ignaro ed ammaliato dalla bellezza delle immagini non se ne accorge. O resta un alone perturbante nei più buoni, anche in quelli incapaci di quello scatto interiore che solo può giustificare ogni altro discorso d'etica. Lì, in quello scatto in cui l'indios scende dall'albero con i poveri animali uccisi per gioco, con i volti straziati che mai più si potranno conoscere e riconoscere e riportarsi ai loro cari ed amici, crolla a terra e si frantuma la finta patetica dell'addoloramento al cospetto delle migliaia di vittime meramente umane.
No, no: nessuna necessità per le une come per le altre. 
E per favore, un po' di silenzio.

III.
Scena: la fossa iniziale dei ricercatori d'oro.
E' la condizione di partenza. La condizione dello startup di una clamorosa carriera. La fossa, piena di “dannati” febbricitanti nella ricerca dell'oro, è il darsi stesso di questa ricerca artistica. Giù nell'inferno si corre e basta. Si arriva senza inciampare. Nessuno inciampa quando corre all'inferno.     

Scena: La ricostruzione della foresta che fu sfruttata fino a divenire deserto. 
Signore della vita e della morte! Della morte e della vita! 
Si è creato un prodigio, perchè solo il prodigio rende simile agli dei. E' così che la moglie, che forse davvero esprime santità, gli rimetteva a posto la fazenda. Gli ripristinava l'innocenza scavalcando “le colpe dei padri”. 

Scena: gli ultimi trichechi.
Non si poteva rotolare verso i leoni di mare senza strisciare a terra come lombrichi. Ma occorse un fucile, per avvicinarsi all'amato, occorse un fucile, casomai non corrispondesse. Forse per far fuori l'orso impertinente e disturbatore, dato che, a dire dell'oscurografo, l'assenza di dinamismi e fondi di scena non lo rendevano un essere fotogenico...
Tornando al set dell'uccisione delle scimmie e di altri innocenti, il sorriso divertito e meravigliato del nostro oscurografo rapprende tutti i segni tangibili della magia nera. Tenebrografia, che si unisce ai colori rossi delle donne, come babilonie apocalittiche vestite di scarlatto.

Udine, 4 dicembre 2014

11 ott 2014

Nova logos

Rivista italiana di antispecismo.

leggi su:

http://www.novalogos.it/prod.php?id=61

5 ago 2014

Questo video vi farà perdere la testa (umanista).

Dopo qualche mese di assenza vi proponiamo questo fantastico video scientifico.


3 gen 2014

Intervista a Roberto Marchesini su Fahrenheit RADIO TRE di Felice Cimatti

È ora disponibile il podcast della puntata del 2 gennaio 2014 di Fahrenheit dove Marchesini ha parlato del libro Ricordi di Animali e di molti altri temi legati al nostro rapporto con le altre specie, dal recente caso di Caterina Simonsen, alla scelta vegetariana.

Mezz'ora da non perdere e da gustare fino alla fine!


Ascolta sul Poldcast di RadioRAI Tre

>> http://bit.ly/19MQbey



Photo: © Massimo Sestini

9 dic 2013

Heterospecific Communication

di  Massimo Deganutti


Heterospecific Communication #04, 2013,Tecnica mista,
 Massimo Deganutti 

Nell'Arte Post-specie il concetto umanistico di figura/sfondo decade per altre avventure percettive.
L'uomo è abituato a pensare il mondo in modo dicotomico: destra/sinistra,rosso/verde, figura/sfondo, per dare linfa a pensieri puramente simbolici non reali e solo apparentemente razionali. Ed ecco che Homo sapiens nei casi di dubbio e incertezze semantiche rafforza lo sfondo, gli dà una identità unica, in modo da far emergere la sua tesi mentale solo ideale: cioè il soggetto.

Nella pittura di Massimo Deganutti soggetto e sfondo sono preclusi alle categorie, inindentificabili,egli cerca di ibridare, di ibridare tutto: sfondo-soggetto, carta-legno, colori ad olio-tempera, disegno-pittura.

E' una pittura antropodecentrata, i dipinti ci raccontano la ricerca di  'Comunicazione eterospecifica', l'artista vuole uscire dalla gabbia culturale antropocentrica e viaggiare verso nuovi modelli postumanistici, per trovare una nuova via nell'Arte Contemporanea, una terza via letteralmente contemporanea.
Heterospecific Communication #03, 2013,Tecnica mista,
 Massimo Deganutti 
Heterospecific Communication #02, 2013,Tecnica mista,
 Massimo Deganutti






Fai clic sulle immagini per ingrandire





7 dic 2013

Time E

di Massimo Deganutti



Un cerchio di transiti. 

Un viaggio atemporale dove l'unico protagonista è lo spettatore, con l'argento sotto la pelle.
Durata due minuti e 56" secondi nella dimensione umana.


Guarda su You Tube qui


Ideazione, Riprese, Editing di Massimo Deganutti - 2013©

26 nov 2013

I galleritici storiatori , ovvero gli strizzacervelli dell' arte .

di Francesco Calviello




Salvator Dalì, uno dei folli più sani della storia, si recò un tempo dal dott. Freud per una seduta psicanalitica. Durante il colloquio, Dalì non resistette alla tentazione di tirar fuori un blocco da disegno e di mettersi a ritrarre il suo analista. Credo pensasse bene di prendersi cura del suo proto-psichiatra, sapendo, in cuor suo, che ritrarre è per un artista uno degli atti d'amore più intensi che si possano rivolgere ad un prossimo, candele e zucche comprese... Ma Freud non ebbe riconoscenza di questo e, andando su tutte le furie, cacciò Dalì, imprecandogli contro che era del tutto matto. 
Dalì sospirò. Gli diede anche ragione, ma disse: l'unica differenza tra me e un matto è che - però - io non sono matto! Dalì, con queste parole, aprì un momento luminoso ed effervescente nella storia del pensiero umano, brevissimo ma estremamamente efficace e digestivo. Stabilì che la follia è un affare che ha un suo sviluppo indipendente da ciò che si chiama 'disagio psichico', ovvero dalla cosiddetta malattia della mente. 
Purtroppo, momenti rapportabili per grandiosità a questo accadono pressochè rari nella storia, e la questione delle due realtà distinte, follia e malattia mentale, rimane un argomento chiaro soltanto in un orizzonte post-umanistico... Umanisticamente parlando invece, ci si compiace che rimangano palle di pongo da impasticciare assieme e confondere. 
Dopo questo esordio, ringrazio d'aver avuto una postazione da cui pronunciare con emozione queste parole. Il fatto che non ci siano punti di vista migliori o peggiori - quando si tratti però d'aver conquistato sinceramente un appostamento (!) - mi spinge a dire la mia. Me che, tra tutti gli appostamenti, si trova ad avere il più scomodo: perchè, quando un'artista 'si esprime' oggi, e vuol rendersi manifesto dal punto in cui è, non ha nessun occhio puntato direttamente contro. Non ha occhi che lo guardino negli occhi... solo schiene poste a tre quarti. Queste, le schiene degli spettatori dell'arte, scrutano il riflesso dell'artista stesso in uno specchio opaco, sorretto da qualcun'altro che conosciamo bene per bontà di diversi nomi: gli antropo-specchieri, i portatori di specchio bipedi, hanno nomi consueti o meno... GALLERISTI, CRITICI, STORICI DELL'ARTE, CURATORI... etc. etc. etc. Essi sono gli psichiatri a- o pre-basagliani degli artisti. (Non è un discorso anti-psichiatrico... per carità... anzi è un discorso da artista che si prende cura anche degli psichiatri, dei suoi 'utenti' preferiti!).

23 nov 2013

Jean Clair - L' Arte é un falso

Articolo pubblicato su 'la Repubblica' del 23 ottobre 2013 

di Jean Clair

Ci sono due professioni che hanno sempre rifiutato di lasciarsi inquadrare: gli psicanalisti e gli esperti d’arte. Chiunque può dirsi psicanalista o esperto e appendere alla propria porta una targa di ottone con la menzione della propria autorità. L’oggetto o la persona di cui le due professioni si occupano rilevano della categoria dell’unico, che appunto non è soggetta alla regola comune. Ogni caso sottoposto all’attenzione fluttuante dello psicanalista è irriducibile alla norma, come il quadro sotto lo sguardo dell’esperto. Ma vi sono casi in cui l’esercizio della perizia artistica o della maieutica psicanalitica somiglia piuttosto ad una pratica sofistica o alla logica falsata di un ragionamento fallace, fondato sull’emotività dell’amatore o del nevrotico, e sull’argomento d’autorità di uno specialista autoproclamato. Al paziente rimane il compito di districare, è proprio il caso di dirlo, il vero dal falso.


Per secoli e secoli, l’opera d’arte è stata un prototipo, di cui la perfezione formale e il rigore iconografico permettevano appunto la riproduzione e la diffusione. L’opera era realizzata il più delle volte a più mani, e non da una sola mano, unica e inimitabile; era inoltre diffusa, copiata, riprodotta, adattata, attraverso lavori di atelier, che mettevano in circolo il modello in regioni o paesi interi. Parlare di prototipo significa usare deliberatamente un vocabolario religioso che risale a Bisanzio e alla controversia delle immagini: il prototipo, che si fonda su un Cristo che è a immagine e somiglianza (eikon) di Dio, permette la ri-produzione all’infinito dell’immagine che ne è al tempo stesso l’idea e la forma. La somiglianza è identità. L’adorazione dell’immagine è rivolta al prototipo. Non siamo qui nel campo del gusto (delectare) né del sapere (docere), ma nel campo della credenza religiosa. L’arte moderna è una fede.


Da qualche anno, questa fede vacilla, si fa meno forte, e la moltiplicazione delle dispute sui falsi e sugli originali è il sintomo di questa crisi, per vari aspetti analoga a quelle che hanno scosso il mondo cristiano, al tempo degli iconclasmi, da Bisanzio alla Rivoluzione francese.

Nel mezzo di queste querele di esperti ci troviamo in piena fantasmagoria, analoga e parallela alla fantasmagoria dell’arte contemporanea che ci induce ad accettare che delle pastiglie multicolori siano vendute a qualche centinaia di migliaia di euro purché siano della mano di Damien Hirst. La fede cieca si muta in magia nera. Magia della mano. Magia della credenza in un genio incomparabile, fascino del “fare” singolare, lavori interminabili degli specialisti sulla mano, mano unica, quadri dipinti a due mani, a più mani, lavori d’atelier, di scuola, copie…

L’ultimo, l’estremo stadio è stato raggiunto quando la presenza dell’artista moderno, l’artista posseduto dal furor divinus, non è più richiesta solamente nella sua “mano” ma nella forma ancora più diretta: simile al Dio che offre il proprio corpo agli umani, l’artista offre in dono gli scarti, le scorie del proprio corpo sotto il nome di “opere d’arte”, scorie che saranno venerate come reliquie. Cosi gli umori, le secrezioni purulente, i sudori, lo sperma, il sangue, i peli, i capelli, le unghie, l’urina, e infine gli escrementi saranno proposti all’adorazione di quei nuovi fedeli che sono gli amatori dell’arte contemporaneo. Per citare qualche nome: Marcel Duchamp, Salvador Dall, Piero Manzoni, per la sua “Merda d’artista”, Kurt Schwitters, Louise Bourgeois, Gina Pane, Günter Brus, Hermann Nitsch, André Serrano, Wim Delvoye… la lista è senza fine.

19 mag 2013

Mente Animale - Conferenza con Roberto Marchesini, Margherita Hack, Gianrossano Giannini, Alessandro Paronuzzi, Massimo Deganutti .

Incontro e dibattito con un etologo, un filosofo, un'astrofisica, un fisico nucleare, un veterinario, un'antropologa e un artista.













MenteAnimale - momenti della conferenza a TRIESTE presso l' Auditorium All

26 nov 2012

Storia della Personalità nell'Arte - 1523 / 2010


La storia della PERSONALITA' raccontata attraverso le opere di alcuni artisti, dall'Umanista 1523 al Postspecie del 2010. La personalità è figlia dell'epoca che l'ha prodotta, l'Arte è sempre stata precorritrice dei tempi e chiaroveggente nella vita. Un'evoluzione del Post-Human di Jeffrey Deitch vede nel Post-Specie un apertura ulteriore oltre l'umanesimo



8 feb 2012

Blade Runner / dialogo finale

...ne ho viste di cose che voi umani non  potreste immaginarvi: navi da  combattimento in fiamme al largo dei  bastioni di Orione. E ho visto i Raggi B balenare nel buio  vicino alle porte di Tannhauser, ..e tutti  questi momenti andranno perduti nel  tempo come lacrime nella pioggia.

29 dic 2011

A proposito del Manifesto dell’Arte Post-specie.


Intervista a Massimo Deganutti
di Laura Menichini





     Se l'artista Post-specie è "medium" (non creatore) ed allo stesso tempo "niente è più strumento", si potrebbe considerare strumento trascendente l'artista stesso?
Quando dico che l'artista è solo medium voglio rompere decisamente con il concetto sdoganato da Baudelaire di Natura priva di significato se non nell'incontro con l'uomo, con l'uomo poeta.
   Se strumento trascendente è di nuovo inteso per creare attorno all'uomo forze speciali, dove si considera la vera sostanza dell'uomo il suo agire simbolico, nello specifico divino, mentre lo strumento è il suo corpo: ricadiamo allora nella solita trappola dualistica, e non è Post-specie.
   Io dico che 'niente è più strumento' perchè rispetto alla interazione comune qui il concetto di soggetto puro decade e lo strumento perde la sua dimensione passiva. L’arte ha considerato strumento anche chi invece ha libertà e indipendenza di pensiero come gli animali, e per converso l'artista un dio a cui tutto è  permesso.
Per il gallerista Saatchi e l’artista Damien Hirst l'animale è puro strumento economico e  non ha nessuna differenza da una macchina o un sasso o una bicicletta; per Hermann Nitsch è feticcio, per Maurizio Cattelan è metafora, quindi sempre oggetto/strumento. 
Il concetto di strumento è invece negato nella dimensione in cui l'animale ha una vita propria, dei propri pensieri, dei propri affetti, e non gravita per forza attorno all'orbita umana. 
Anche se certe specie non potrebbero oggi vivere senza l'aiuto dell'uomo, l'artista non per questo li deve usare e reificare.
   L'artista Post-specie non crede alla trascendenza ancestrale e nello stesso tempo il suo andare sciamanico è un’avventura coraggiosa che sfida l'hybris divina: non teme la nemesi degli Dei in risposta al suo agire.

Quando affermi di riportare l'arte ad un "hic et nunc", intendi porre l'accento sulla finitezza della condizione umana e i suoi linguaggi?
No. Quando parlo di hic et nunc è proprio in maniera letterale: l'uomo non vive mai nella realtà, ma essendo un animale simbolico tende a vedere nel mondo proiezioni mentali e modelli preconcetti.

11 set 2011

Manifesto dell'Arte Post-specie di Massimo Deganutti / Roy Batty Editore / 2011









Manifesto dell'Arte Post-specie
Editore: Roy Batty editore - Udine, luglio 2011
Autore: Massimo Deganutti
Revisione testi in inglese: Noemi Pierdica
Pagine: 14
Costo: 10, 90 euro 

22 apr 2011

Art for Non-human - by Massimo Deganutti



L’opera è realizzata per l'esclusiva fruizione degli animali non umani, in particolare la specie dei canidi.

Uomini, donne e bambini non vedranno che una tela bianca appoggiata a terra. Nulla potrà incuriosire o stimolare il loro senso privilegiato: la vista. Anche il minimalismo nella disposizione degli oggetti è studiato a questo fine.

Per converso un cane che si trovi a passare nei pressi dell’opera ne sarà pienamente appagato: il suo naso potrà godere della bellezza dell’arte non-umana, finalmente anche gli animali non umani avranno le loro attività artistiche appaganti. L’opera è la prima di una serie già ideata da Massimo Deganutti.



Questo lavoro intende far riflettere sull'uso del solo punto di vista umano e vuole far aprire gli occhi, ed il naso, su altri mondi possibili sempre sul pianeta Terra ed a pochi centimetri da noi.

Le foto dell’installazione sono scattate con due punti di vista quello umano e quello non umano.

 >Guarda qui 







Artwork for Non-human #01
by Massimo Deganutti
2011, installation views, cm. 100 x100 x 140, (canvas, vase, signaling and appeasement’s pheromones)