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“ La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce. " (Philip Dick)

26 nov 2013

I galleritici storiatori , ovvero gli strizzacervelli dell' arte .

di Francesco Calviello




Salvator Dalì, uno dei folli più sani della storia, si recò un tempo dal dott. Freud per una seduta psicanalitica. Durante il colloquio, Dalì non resistette alla tentazione di tirar fuori un blocco da disegno e di mettersi a ritrarre il suo analista. Credo pensasse bene di prendersi cura del suo proto-psichiatra, sapendo, in cuor suo, che ritrarre è per un artista uno degli atti d'amore più intensi che si possano rivolgere ad un prossimo, candele e zucche comprese... Ma Freud non ebbe riconoscenza di questo e, andando su tutte le furie, cacciò Dalì, imprecandogli contro che era del tutto matto. 
Dalì sospirò. Gli diede anche ragione, ma disse: l'unica differenza tra me e un matto è che - però - io non sono matto! Dalì, con queste parole, aprì un momento luminoso ed effervescente nella storia del pensiero umano, brevissimo ma estremamamente efficace e digestivo. Stabilì che la follia è un affare che ha un suo sviluppo indipendente da ciò che si chiama 'disagio psichico', ovvero dalla cosiddetta malattia della mente. 
Purtroppo, momenti rapportabili per grandiosità a questo accadono pressochè rari nella storia, e la questione delle due realtà distinte, follia e malattia mentale, rimane un argomento chiaro soltanto in un orizzonte post-umanistico... Umanisticamente parlando invece, ci si compiace che rimangano palle di pongo da impasticciare assieme e confondere. 
Dopo questo esordio, ringrazio d'aver avuto una postazione da cui pronunciare con emozione queste parole. Il fatto che non ci siano punti di vista migliori o peggiori - quando si tratti però d'aver conquistato sinceramente un appostamento (!) - mi spinge a dire la mia. Me che, tra tutti gli appostamenti, si trova ad avere il più scomodo: perchè, quando un'artista 'si esprime' oggi, e vuol rendersi manifesto dal punto in cui è, non ha nessun occhio puntato direttamente contro. Non ha occhi che lo guardino negli occhi... solo schiene poste a tre quarti. Queste, le schiene degli spettatori dell'arte, scrutano il riflesso dell'artista stesso in uno specchio opaco, sorretto da qualcun'altro che conosciamo bene per bontà di diversi nomi: gli antropo-specchieri, i portatori di specchio bipedi, hanno nomi consueti o meno... GALLERISTI, CRITICI, STORICI DELL'ARTE, CURATORI... etc. etc. etc. Essi sono gli psichiatri a- o pre-basagliani degli artisti. (Non è un discorso anti-psichiatrico... per carità... anzi è un discorso da artista che si prende cura anche degli psichiatri, dei suoi 'utenti' preferiti!).
 
La psichiatria dell'arte è la struttura istituzionale dell'arte. L'artista va in day hospital dal critico, dal gallerista, dallo storico e dal curatore ...In una parola nuova - che ci è utile a radunare in un sol termine questa varietà solo apparente di tipologie homane - dal galleritrico storiatore. Questi gli somministra la terapia... 
La terapia, la pasticca da ingoiare... è: “l'essere descrivibile a parole”. L'artista sedato è l'artista descritto a parole. I cataloghi, i depliant, i curriculi... tutte camicie di forza. Spesso tremendi elettroschock! Cadendo i manicomi non esistono letteralmente più le cose che queste parole descrivono, ma nell'arte il loro utilizzo è a dir poco congeniale. L'artista è strizzato e schiantato dalle parole. Da un certo tipo di parole... Eppure potrebbe convivere benissimo con esse, se solo esse trapassassero l'orizzonte descrittivo, l'orizzonte fasullamente traduttorio. L'orizzonte ammaestrante. Circense! Ma l'arte non potrà mai convivere con la parola finché la parola non abbia abbattuto dentro di sè lo status grammaticale. Un linguaggio privo di analizzabilità e frustini logici, privo di sintassi, privo di erudizione, privo di... senso umanistico. Umanistico... Troppo umanistico!
Se lo psichiatra è colui che ha il compito di umanizzare la follia attraverso l'amalgama col disagio psichico rilevato o socialmente indotto (...), i galleritici storiatori perseguono lo scopo di umanizzare l'arte, denaturando quella sfera pura dell'animalità espressiva e rendendola, perciò (nel senso jeanclairiano, http://post-specie.blogspot.it/2013/11/jean-clair-l-arte-e-un-falso.html ) un falso, esplicabile e narrabile con mille orpelli e apparati da bugiardino. 
L'arte è uno sport estremo. la follia pure. Come dico nel mio scritto “l'infinito sguardo dell'arte” (sta in: Teologia della Follia – Mimesis editore), può causare danni irreparabili a chi la esercita e vi si cimenta. La follia è una scienza a sé, come dice Antonio Martin (ibidem, postfazione). La necessità ad esercitarvisi e prodigarvisi, come nell'arte, con duri sacrifici e notti insonni, nasce da una coscienza piena che la vita è troppo breve per perseguire altre mansioni. I soldi sono, in sostanza, troppo (da) eterni per essere per i mortali... 
Far coincidere la follia con il disagio psichico, l'arte con l'espressione del sentimento umano descrivibile liricamente e a parole, è come dire che fare roccia coincide con il fracassarsi la testa. Ecco dunque un buon psichiatra futurista: colui che consente al suo paziente uno sviluppo ottimale della sua follia. Il critico ottimale è, invece, colui che rende manifesto al mondo che non c'è spiegazione parolistica che tenga. Noi artisti (post-specie) chiediamo parole che abbiano l'umiltà del ruggito, la lirica dello squittio, filosofie miagolate e intercalate alla sapienza ancestrale delle fusa!
Per finire, un Invito a tutti gli psichiatri presenti: spingere le aziende sanitarie ad istituire il certificato di sana e robusta follia! E ai galleritrici storiatori: boh... vedano loro.
Al galleritrico storiatore, però, con parole che copio dal protagonista alcolizzato del bel film “Zoran, il mio nipote scemo”, dico solo: "Muto! Devi stare MUTO!!!".

Udine-Portogruaro, 17 novembre 2013

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