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“ La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce. " (Philip Dick)

5 dic 2014

Il sale della terra: la bellezza che stupra la vita. E la morte.


di Francesco Calviello

I.
Nelle ampie navate cinematografiche ci si concede di tutto. Inginocchiati, ci si porge all'icona dell'homo e la si rimodella, la si escogita tramite sentimenti mai visti e mai uditi. La si monta ed esagera. Il ripianificare assottiglia il tedio del pubblico assistente delle manovre chirurgiche; la cucitura in restyling avviene con ricami sempre più evoluti e raffinati di distacco e spietatezza. La bellezza spettacolare è in grado di mascherare qualsiasi delitto compiuto nella diretta. Un effetto speciale sull'altare dello schermo distoglie dal vicino che sta morendo di un infarto. 
Peter Singer parlava di “cecità etica condizionata”. Ma lui la sottolineava in chi persegue carriere, parlando dei torturatori speranzosi del tempo indeterminato. Noi, in chi applaude l'atrocità. O in chi, che è lo stesso, la gusta alle porte del suo palato, nel sorriso di soddisfazione per un biglietto da soldi ben spesi. 
Mai, più che in questa proiezione - sto parlando del film “Il sale della terra” -, mi è parso come il bene ed il male non abbiano propriamente un al di là di essi. Ma mai, nel contempo, quanto bene e male non giacciano lontani, ma posti in un essere complesso di interferenza e dissonanza. E purtroppo non può esserci empatia alcuna nel regime umanista, poichè, è ormai sempre più necessaria la ridondanza, solo in un rispetto totale della vita e degli esseri senzienti si determina il discernimento autentico, e fuor d'ogni recitella in sala mensa, dei due toni pseudoidentici. L'umanismo non può vedere, solo recitare ipotesi di lunga vista. E sa parlare bene di vista, mentre ingurgita in lacrime la propria madre. 
Abbiamo tra le mani un'osservazione inoppugnabile su cui riflettere. Attenzione: chi si pone nella folla, nella vasca trastullante e calda della civiltà sapiens sapiens (non più meramente occidentale, non più meramente orientale, ma “umanità vasta”), è cagionevole nell'ammaliarsi con lei nello spettacolare che incanta e stordisce ed, intanto, uccide sotto i baffi.
Se si vuole - ed in ciò siamo apertissimi e rispettevoli - se ne parlò nella civiltà che ci ha preceduto e che, anch'essa nei suoi limiti, voleva dell'homo un animale diverso e meno propenso alle autosuggestioni in fatto d'essere e consistenza. Lo espresse bene la mestica irrisolta di Cristo ed Anticristo: i due “agnelli” quasi gemellari, nella conquista della distinzione ad opera di un completo rivolgimento di cuore ed intelletto (il vecchio mondo diceva “metanoia”), del cambio radicale del proprio, abitudinario stare al mondo, e per la legge fisica - probabile - che nessuna emulsione è perfetta nello stato dei fatti. Le sbavature dei professionisti ne sono un esempio clamoroso.  
Ma intanto, chi si è seduto, ha dovuto patire un bocca a bocca tremendo con la morte. Ma ancor prima, e durante, e dopo, è accaduto un altro bacio, che ha fatto da giustificatore di quell'altro, e ovvero quello tra tutti i responsabili della nostra congrega scenica: un regista, un personaggio principale, un pubblico stupefatto. Affari di cameratismo pongono i gomiti sul verde filamento della terra.

Si crede che, quando il mescolatore in fatto d'arte produce i suoi intrugli, egli si disponga in primo piano, davanti al focolare, a provare e riprovare a cuocersi le meningi perchè tutto sia curato fin nell'ultimo pizzico di sale. Esse sono molto spesso appendici irrisolte, poichè si appezzano in un cranio inesperito e solo ipotizzato. Quasi nessuno assiste, di fatto, alle pareti interiori del proprio capo, nè, per giunta, al colore effettivo della propria materia grigia. Ed è perciò che gli angeli ribelli, travestiti da monaco, non sanno nascondere tutti i loro artigli.
Si può per giorni e giorni discutere su quello che si crede. In ultima analisi dobbiamo tener conto che le espressioni “uomo” e “mondo” sono disgiunte. Congiunzione ci sarebbe se l'uomo esistesse sul serio in rapporto al mondo reale. L'apparecchiatura che si intende di ciò è l'operare stesso della vita, in mille modi e stratagemmi. Come la vita sia giunta a concepire quella suggestione è a dir poco misterioso.Se anche si dovesse accettare a denti stretti una peculiarità, la faccenda umana, innanzitutto come storia dell'uomo, nascerebbe senz'altro da una noia del cosmo.

II.
Ma allora come proseguire nella nostra ricerca? Certamente parlando di ciò che è apparso in questo pessimo, eccezionale “capolavoro” cinematografico. Una forma certo più losca del solito. Tutto si riassume in un volto ambiguo, di uomo in su con l'età ma non certo vecchio. Con sguardo distaccato ma con percezione appiccicata su tutto. Questa è la forma più occulta del cinismo. Questo è l'uomo del nostro film.
Egli si produce, nell'attualità monologica, in una maschera pallida e sorridente, ipercinetica. Dovette, per partorirsi al meglio in ogni sua plasticità, nascondersi in gioventù matura in un baco sintetico di barba e capelli lunghi e biondi.
Ed allora un doppio in un essere femminile gli diede senso. Gli pose i propri occhi, come una santa lucia, su un vassoio di tecnologie. Ecco la passione per la “scrittura della luce”, che fu invece una “scrittura delle tenebre”. 
E fu in preda al delirio dello scatto, una trasmissione di un sè oscuro al “ti vedo prima io”. Io solo vedo, intende il fotografo (???). Perchè, molto probabilemente: << Se ti vedo per primo, non occorre che io mi mostri mai più >>.
Dunque il fotografo (???), ma chiamiamolo d'ora in poi oscurografo, non potrà mai essere un mostro. Ma di certo non gli è esclusa un'identità spaventevole, quando in preda alla caccia come tutti i cacciatori.
Dell'oscurografo è da condannare la pulsione per gli appostamenti. Chi si fa in un nascondiglio ha qualcosa da nascondere e, molto spesso, questo è l'invidia trascendente per il semplice ed il pacifico. 
La macchina fotografica ha ucciso nella misura in cui, al condizionale, chi la impugna lo avrebbe fatto sul serio, se quel materiale di morte non fosse apparso spontaneamente al suo obbiettivo. Ma tutto il mistero è intuibile e svelabile se si intuisce anche che l'oscurografo documentarista della morte non è altro che, necessariamente, il doppio della realtà mostruosa, l'azione storica, che ha attuato la strage. L'oscurografo ha come ombra la malattia che ha scavato ed inciso i corpi, ma soprattutto la realtà carmica che l'ha provocata assieme con l'apertura diretta dei fuochi. Ecco allora come un click possa farsi archetipo, nonchè sostituto e mandatario, dell'apertura di un fuoco, del rumore sordo di un grilletto.

Scena: l'attrazione dell'inferno.
Con l'attrazione per i pozzi di petrolio incendiati dal Saddam, l'amore per l'assenza di luce naturale sotto la coltre dei fumi, la perdita dell'udito allorchè non poteva perdere la vista... si accorse, l'oscurografo, di non aver mai avuto un udito, nel momento in cui doveva ascoltare un se stesso. Ma non vi venne fuori alcun suono.
Ritornando alla figura precedente alla metamorfosi con barba e capelli lunghi, quel popolo, tra i tanti in cui in euforia temeraria si calò, attendeva una figura simile al figlio dell'uomo... Ed infatti all'oscurografo venne in mente di farne le veci...
Gli scatti che rubarono alla morte la bellezza, la bellezza che stuprò la morte e la vita assieme con la morte, che mise in posa cadaveri o sfiniti dalla spossatezza di fame e malattia, gli scatti, ripeto, sono i dardi che gli indios ripeterono, intrisi di veleno, scagliati sulle scimmie sul set. Sul set massacrate assieme ad altri innocenti. Orrore!

Il pubblico ignaro ed ammaliato dalla bellezza delle immagini non se ne accorge. O resta un alone perturbante nei più buoni, anche in quelli incapaci di quello scatto interiore che solo può giustificare ogni altro discorso d'etica. Lì, in quello scatto in cui l'indios scende dall'albero con i poveri animali uccisi per gioco, con i volti straziati che mai più si potranno conoscere e riconoscere e riportarsi ai loro cari ed amici, crolla a terra e si frantuma la finta patetica dell'addoloramento al cospetto delle migliaia di vittime meramente umane.
No, no: nessuna necessità per le une come per le altre. 
E per favore, un po' di silenzio.

III.
Scena: la fossa iniziale dei ricercatori d'oro.
E' la condizione di partenza. La condizione dello startup di una clamorosa carriera. La fossa, piena di “dannati” febbricitanti nella ricerca dell'oro, è il darsi stesso di questa ricerca artistica. Giù nell'inferno si corre e basta. Si arriva senza inciampare. Nessuno inciampa quando corre all'inferno.     

Scena: La ricostruzione della foresta che fu sfruttata fino a divenire deserto. 
Signore della vita e della morte! Della morte e della vita! 
Si è creato un prodigio, perchè solo il prodigio rende simile agli dei. E' così che la moglie, che forse davvero esprime santità, gli rimetteva a posto la fazenda. Gli ripristinava l'innocenza scavalcando “le colpe dei padri”. 

Scena: gli ultimi trichechi.
Non si poteva rotolare verso i leoni di mare senza strisciare a terra come lombrichi. Ma occorse un fucile, per avvicinarsi all'amato, occorse un fucile, casomai non corrispondesse. Forse per far fuori l'orso impertinente e disturbatore, dato che, a dire dell'oscurografo, l'assenza di dinamismi e fondi di scena non lo rendevano un essere fotogenico...
Tornando al set dell'uccisione delle scimmie e di altri innocenti, il sorriso divertito e meravigliato del nostro oscurografo rapprende tutti i segni tangibili della magia nera. Tenebrografia, che si unisce ai colori rossi delle donne, come babilonie apocalittiche vestite di scarlatto.

Udine, 4 dicembre 2014

11 ott 2014

Nova logos

Rivista italiana di antispecismo.

leggi su:

http://www.novalogos.it/prod.php?id=61

5 ago 2014

Questo video vi farà perdere la testa (umanista).

Dopo qualche mese di assenza vi proponiamo questo fantastico video scientifico.


3 gen 2014

Intervista a Roberto Marchesini su Fahrenheit RADIO TRE di Felice Cimatti

È ora disponibile il podcast della puntata del 2 gennaio 2014 di Fahrenheit dove Marchesini ha parlato del libro Ricordi di Animali e di molti altri temi legati al nostro rapporto con le altre specie, dal recente caso di Caterina Simonsen, alla scelta vegetariana.

Mezz'ora da non perdere e da gustare fino alla fine!


Ascolta sul Poldcast di RadioRAI Tre

>> http://bit.ly/19MQbey



Photo: © Massimo Sestini